It looks like you're interested in buying some art.

Check our offer of the month!

Discover more!! CLICK NOW!

Offer Of The Month!


Paul Thorel

Al pari di un Profilo

02.09 - 02.10.2010

Con la prima mostra in galleria di Paul Thorel proseguiamo la collaborazione tra arte e scrittura con alcuni tra i più interessanti scrittori contemporanei. Dopo Tiziano Scarpa per Anish Kapoor, per questa occasione abbiamo chiesto ad Aldo Nove di scrivere un testo per il catalogo che raccoglierà i nuovi ritratti fotografici di Thorel.

STANNO PER ESSERE
Un’immagine ha a che fare con la distanza, potremmo dire che ne è la rappresentazione (attraverso una cosa, un pensiero, che ne è testimonianza, scelta o casuale).
Immagine fantastica o del passato.
Immagine del futuro.
Immagine, sempre, di ciò che non è qui.
Sempre abbiamo a che fare con il tempo (immagine evocata, pensata) e con lo spazio (immagine di ciò che non è qui, eppure ci viene rappresentata).
Nel ritratto, l’immagine ci mostra proprio ciò che non è qui (e suppone una persona, una vita): supplisce dunque a una distanza che dribbla lo spazio.
Dagli anni Cinquanta dello scorso secolo, quell’immagine è stata, per eccellenza (non sola, ovviamente), l’immagine televisiva. E televisione null’altro significa che immagine che attraversa lo spazio.
Tutto questo per dire che i ritratti di Thorel mi hanno ricordato le immagini televisive, ma in una loro condizione del tutto particolare: la loro imminenza, la loro presenza nel non ancora. Ritratti che stanno per essere.
O sono stati.
Mi riferisco all’esperienza (primaria, per chi è della mia generazione, e dunque per chi con la televisione si è formato) dell’immagine che si cela sotto un canale non perfettamente sintonizzato.
Quelle immagini che non sono ancora, dicevamo.
Da piccolo si parlava di “effetto neve”. Quando si muovevano quegli enormi tasti, simili a sigarette, per cercare la sintonia, e la sintonia si approssimava con l’immagine che emergeva da un trambusto di segnali elettrici, altro dalla riproduzione di una realtà, qualunque questa fosse.
Una quasi realtà, dunque.
Ma quasi anche perché più sinceramente vicina alla sua condizione di illusione.
Nell’era in cui il delitto perfetto (per citare Baudrillard) non solo è compiuto, ma detta le condizioni del nostro immaginario, non è poco.
Torniamo a Thorel.
Tele-visione.
Visione attraverso lo spazio.
Come qualunque immagine che è qua, dinnanzi a noi: anche se sappiamo che un’immagine ci si può presentare anche attraverso il tempo.
L’immagine del ricordo, abbiamo detto.
Thorel, come nelle immagini televisive che non sono ancora (o che sono state, è lo stesso), ci ricorda l’elemento della pacificata non fissità del ritratto.
Il suo scorrere.
Il suo assestarsi.
Il suo non eludere l’enigma di cosa sia visto, mentre lo si vede e dopo.
Quel dopo è la sua decomposizione, quasi organica.
Da dove vengono, allora, e dove vanno i ritratti quando non sono esattamente qui?
Non ci interessa l’oggettività (che non ci è data) ma tutto quel ribollire d’emozioni e di condizioni che formano il ritratto e, con esso, l’identità.
La sua provvisorietà.
La fotografia da sempre vive nell’utopia vinta dell’attimo che si ferma. Ma si ferma nella finzione di una fissità che sogna un mondo delle immagini normato dall’assoluto, gioca con il ricordo ingannandolo, è souvenir di qualcosa che per un istante solo è stato, e giocoforza si fa carica di un’elusione tanto immaginifica quanto tangibile.
Spostare le cose.
Dislocare il loro apparire.
Vedere ciò che era prima.
Vederlo anche diversamente, cambiandone il punto di vista, cercando un punto di vista originale ma sempre rimanendo fedeli all’impegno di “fregare” tempo e spazio.
Thorel compie un’operazione diversa.
Usa la fotografia, e i ritratti che attraverso la fotografia ottiene, per una riflessione sul ritratto che si sottrae a qualunque fascino del “come se”.
Come se noi fossimo lì.
O anche “come se noi fossimo capaci di guardare così”.
Non un occhio che si sottrae al panta rei: né un occhio eccellente, né un occhio normale, intendendo con questa opposizione la forbice che per prima caratterizza un’operazione artistica. Non si tratta di realismo né di qualunque cos’altro a questo si opponga.
La realtà sta altrove.
Come nel caso della sintonizzazione della televisione, è quasi.
Quasi sta.
Oppure è stata.
Ma manca qualcosa.
Manca il ritratto, la foto non c’è pienamente.
Manca a se stessa.
Non è piena di sè perché è altrove rispetto a se stessa.
Deve ancora arrivare.
È arrivata e adesso sta andando via.
Ma noi sappiamo (ci testimoniano i ritratti di Thorel) che sicuramente c’è stata e che sicuramente ci sarà.
Qualcosa attraversando il tempo ci arriva.
E ci arriva con una nettezza, scusate il gioco di parole, fotografica.
Con la necessità della frattura, della lacerazione.
Con la potenza di quanto non si è acquietato e dunque in quel limite della forma in cui sempre l’arte si realizza, ed è un limite, in questo caso, empirico prima che ideale, riguarda la tecnica e non quanto attraverso di essa si rappresenta.
Come fosse un occhio altro per noi che di occhi ne abbiamo sempre e solo due anche se gli occhi della mente ne reclamano infiniti, come infinite sono le possibilità di guardare e dunque di evocare.
Thorel non vede per restituirci, attraverso una visione, qualcosa.
Ce ne propone l’altrove.
L’altrove della cosa.
Un’urgenza che non può più aspettare (come se del ritratto assistessimo alla nascita: o, unificando concettualmente gli opposti, alla morte, intesa in fieri).
È una rappresentazione che scappa a se stessa perché sa il tempo e sa lo spazio, non ha nessuna intenzione di condurre contro di essi quella lotta che li piega a essere oggetti di consumo: marxianamente, feticci.
Realtà seconde.
Realtà d’utilizzo.
Realtà in vendita.
Restano, i ritratti di Thorel, inevitabilmente altro (con la minuscola, e dunque senza nessuna ascesi verso nient’altro che non sia: mancanza).
L’unica a essere sconfitta, nella lotta tra il reale e la sua rappresentazione, è la fotografia, ossia il mezzo, quello più comunemente inteso nella sua idoneità a riportare la percentuale più alta di reale nella rappresentazione, in un’approssimazione al vero che Thorel toglie (hegelianamente) alla sua funzione.
Queste fotografie, infatti, non sono (più) fotografie se sono viste come ritratti.
E non sono (più) ritratti se sono (restano), all’occhio di chi guarda, fotografie.
Di sicuro restano (sono) ciò che è nel mezzo.
Nella scissione tra pensiero e rappresentazione.
Tra visione e doppio.
Incombono.
Stanno per essere.
Sono state.
Senza nessuna illusione.

Aldo Nove

Mostra realizzata in occasione della IV Biennale Internazionale di Fotografia di Brescia.